Il Kenya a bordo di un dhow (in compagnia di un napoletano)
di Alessandro Di Giacomo
Nel marzo del 2011 l’anziano mastro d’ascia Mwajhi della tribù Bajuni si aggira nelle foreste di Kipini nel nord del Kenya alla ricerca di un tronco di mugeambo. Non cerca un albero normale, ma quello che diventerà la chiglia di Al-Addin, un dhow lungo oltre 17 metri che deve iniziare a costruire per un committente diverso dal solito.



Con lui alcuni fundi (come si chiamano qui gli artigiani) procedono tra gli alberi fittissimi, scambiandosi pareri su quello o quell’altro fusto: dovranno tagliarli e trasportarli nel loro capannone fatto di pali con un tetto di foglie di palma lungo le rive del Tana River. Inoltre, cercano anche quelli per le assi che dovranno comporre lo scafo, forgiandoli sul fuoco, torcendoli a forza. Tutto a mano, naturalmente, poiché qui non ci sono elettricità, attrezzi o strumenti tecnici. Solo pochi utensili come seghe, martelli, pialle, chiodi e poco altro.



Dai primi legni strappati alla foresta, lo scafo prende forma grazie alla maestria di questi artigiani che non seguono un disegno, non hanno uno schema, ma soltanto “vedono” nella loro mente la barca che sarà, esattamente come i loro antenati. Non possiedono un metro, prendono ogni misura a braccia o a pollici, eppure tutto combacia.



Così inizia a concretizzarsi il sogno di Franco Esposito, un napoletano che da oltre 40 anni vive in Africa. Nonostante si sia diplomato nel 1960 in Costruzioni Aeronautiche alla Scuola Industriale di Napoli ed abbia trascorso una vita nell’Aeronautica Militare, Franco ha sempre desiderato costruire una barca, ma non una qualunque. Voleva proprio un dhow così, unico, seppure identico a quelli che da secoli solcano l’Oceano Indiano: infatti, queste barche hanno operato fino agli anni Ottanta per il trasporto di spezie e tappeti dal Golfo Persico alle coste dell’Est Africa durante il Monsone di Nord-Est, mentre al ritorno col Monsone di Sud-Est trasportavano pali di mangrovie per la costruzione dei tetti delle case in Sud Arabia.



Ma Kipini è troppo distante da dove Esposito vive con Elly, la donna olandese che ha conosciuto e sposato in Africa. Ricorda: «Nel marzo 2013, con una festa che coinvolse un intero villaggio di 200 persone, varammo lo scafo di Al-Addin nelle acque limacciose del fiume grazie a decine di uomini che lo tirarono con delle cime lungo uno scivolo di tronchi unti di grasso». Se non ci fosse Esposito a fotografare il tutto col suo ipad potremmo essere in un giorno qualsiasi all’indietro nella notte dei tempi. «Dall’estuario del Tana River la barca venne poi rimorchiata fino all’insenatura di Kilifi, in un approdo tranquillo dove una squadra di operai Swahili sta continuando il lavoro».



Esposito è determinato, deciso a realizzare il desiderio che cova sin da quando da ragazzo si immergeva a Punta Campanella, perché il mare è sempre stato la sua passione. Il dhow che lui sogna rispetterà la tradizione, ma sotto coperta avrà tutto il necessario per godersi la navigazione. La sua cabina sarà invece a poppa, da dove potrà vedere e sentire l’Oceano scivolare via dal timone posto dietro una grande elica a 5 pale di bronzo.



Tonnellate di legni diversi completeranno quest’opera d’arte, perché altrimenti non si potrebbe definire: mangrovia, mvule ed altri legni serviranno per i diversi allestimenti. Imponente, eppure mossa da una sola vela latina di cotone issata su di un albero di 10/11 metri di altezza, un pezzo unico passante dalla coperta, poggiato in chiglia; un armamento che predilige le andature portanti di traverso, lasco e poppa. Tutto sarà governato da cime di canapa che scorrono in pulegge di legno fatte a mano che potrebbero essere esposte in un museo archeologico.



Appoggiato ad un molo dell’approdo di Kilifi, lo scafo assume via via un aspetto sempre più definitivo. «I dhow costruiti a Lamu, Kipini e Zanzibar – precisa Esposito - si chiamano JAHAZI e si distinguono dalla prua quasi verticale, mentre quelli costruti nell‘Oman hanno la prua più sfilata». Il capitano Bwana, un marinaio swahili che ha navigato da Zanzibar alla Somalia lungo le coste della Tanzania e del Kenya, segue i lavori con fare riservato. Indossa una camicia sdrucita e un vecchio pareo legato in vita, scalzo, eppure autorevole. Osserva i fundi lavorare e se un pezzo non va scuote dolcemente il capo. Spesso prima che qualcosa si provi. Come sa che non andrà? Lo sa e basta, perché così gli è stato trasmesso dai suoi avi marinari.



Con frequenza Esposito effettua le sue verifiche in cantiere. Prima della pensione, è stato per anni il responsabile tecnico della Base di lancio missilistica San Marco di Ngomeni, possiede pertanto un know-how unico. Difficile che non abbia già pensato a tutto: Al-Addin può stare tranquillo, avrà tutto quello di cui necessita.



Aggirandosi nella barca, Esposito ragiona assorto carezzando i legni come fossero delicate porcellane, seppure il loro spessore è quasi di 2 pollici, ovvero 4 cm. Osserva tutto con sguardo attento, con un’aria burbera che poi svanisce quando ne parla: «Al più presto voglio portare Al-Addin al Mida Creek, un’insenatura più vicina a casa, per seguire ogni fase finale della costruzione. Questa barca dovrà essere come le sue antenate, voglio sentire il suono potente delle sue manovre tra le onde. Tuttavia, installerò anche della strumentazione elettronica che garantirà maggiore sicurezza alla navigazione».



A vederla adagiata sulla spiaggia si potrebbe pensare che ci voglia ancora molto tempo per la chiusura dei lavori, invece «il varo finale è previsto tra circa un anno – conclude Esposito - e faremo prua su Zanzibar perché queste barche sono sempre state le regine di quella rotta. E’ giusto che anche Al-Addin inizi così».
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