"Hotel Living", il caso letterario che ha conquistato New York
di Verdiana Garau
Inchiodando e stigmatizzando malvagità e punti deboli che caratterizzano gli anni 2000, Ioannis Pappos, manager consulting a New York, suscita scalpore con il suo primo romanzo, Hotel Living, divenendo un vero caso letterario tra i circoli intellettuali newyorkesi. Il vincitore del Premio Pulitzer Michael Cunningham lo definisce «a great and terrible beauty of a book» dove la bellezza del libro è al contempo terribile e bella, e paragona Pappos a F. Scott Fitzgerald. Edmund White scorge invece un moderno Anthony Trollope e il regista Ira Sachs lo descrive come incrocio tra The Wolf of Wall Street e Edith Wharton.

Scandali a parte, il romanzo di Pappos può essere considerato come il seguito di un American Psycho dove i personaggi diventano molto più umani, riflessivi e seguono un processo di crescita interiore. Autodistruzione in una realtà in plastica, la solitudine e il pesante giudizio di una forte pressione sociale alla quale difficilmente si riesce a sottrarsi.

Quanto è autobiografico Hotel Living? Il protagonista del tuo romanzo, Stathis Rakis, riporta forti somiglianze con Ioannis: viene da un piccolo villaggio di pescatori, diventa un tecnocrate, vive negli alberghi. Quanto ti senti vicino al tuo protagonista, soprattutto nel conflitto che emerge tra il suo background e il razionalismo urbano che ne segue?

«Stathis lascia una lontanissima isoletta battuta dal vento, per una vita razionale e più deterministica. Ma il mondo non può essere descritto così tout-court, il nostro mondo non è un mondo binario. Non parlo di cliché….Stathis studia fisica e comprende che il determinismo ad uno stato sottile e profondo, granulare, si rompe e non regge come filosofia. Cerca così di mettere in pratica questo paradosso nella vita reale e per questo lotta e soffre. Non è una persona di successo. L’ambiguità e il paradosso ossessiona continuamente le sue decisioni personali. Come Stahis, anche io resto affascinato da ciò che è non chiaro e che è nebuloso. Mi piacciono gli ibridi, altrimenti mi annoierei».

Hai usato i tuoi personaggi per far parlare te stesso e i tuoi punti di vista sul piano geo-politico, sociale o la tua personale vita sessuale?

«Hotel Living non è un romanzo basato sulla politica nonostante le sue forti critiche e continui attacchi a quello che è il mood politico degli ultimi vent’anni. Alkis, Stahis, Erik, i personaggi vedono e vivono New York attraverso i loro differenti punti di vista e da scale sociali differenti. Si, è vero, qualcuno di loro riporta in qualche modo la personale agenda geo-politica, ed è ciò che li rende interessanti. Ma ciò che più hanno davvero in comune è come sono assemblati e accoppiati in questo buco nero che è New York. Sono competitivi, veloci, si muovono con rapidità. Fino a che una Tatiana (ennesimo personaggio che emerge nel plot del romanzo) entra in scena per celebrare il vuoto di questa Downtown nella sua dimensione spazio-tempo. Tatiana è un personaggio decadente che fa sembrare tutto importante e di non-valore allo stesso tempo. È la tentazione che porta gli altri a mollare o a rilassarsi in questa folle realtà».

Il processo di scrittura è stato facile o ti ha messo in discussione e sfidato in qualche modo? È stato catartico? Ti conosci meglio dopo aver scritto questo libro e compiuto l’esperienza di Hotel Living?

«Trovo che scrivere sia molto pericoloso, porta all’isolazione totale. Ho dovuto avere a che fare con delle parti di me stesso che non conoscevo e che mi sorprendevano. Ad un certo punto, quando ero al villaggio di mio padre, in un momento fuori stagione, nel mezzo del niente, sono quasi diventato un animale. Mentre stavo scrivendo il romanzo non mi sono curato di seguire la routine familiare. Volevo vedere quanti giorni sarei riuscito a resistere senza contatto umano. Ho manipolato il mio stesso corpo. Quando ero stanco andavo a correre, oppure stavo sveglio per tre giorni di fila per poi crollare per sedici ore continue in un sonno profondo. Andavo nel cimitero del villaggetto di notte tentando di varcarne l’ingresso, ma non l’ho fatto. Bevevo tsipouro per colazione per poi digiunare e mi masturbavo in modo compulsivo continuamente. Non ci sono state regole. Ad un certo punto qualcosa riemerge ed è il “te stesso” così sono tornato a New York e ho realizzato e compreso quanto una grande città può arrivare ad isolarti allo stesso modo. Non sono sicuro di conoscere meglio me stesso dopo aver scritto questo romanzo, ma so che ci sono altre parti di me ancora nascoste».

Hai mai scritto prima? L’idea di scrivere un romanzo è sempre stato qualcosa tra i sogni da realizzare o è capitato per caso?

«Qualcosa nella vita a volte succede quando non hai niente di meglio da fare. Non c’era lavoro in quel momento quando mi sono messo a scrivere. Era il 2010 e il momento di crisi economica a New York. Non ho mai pensato di diventare uno scrittore. È stato un incidente».

Hai mai visto il tuo romanzo come una sceneggiatura? 

«Spero che Hotel Living resti solo un romanzo e che possa essere metabolizzato dai lettori come una lettura alla Jane Austin. Adesso sono sul mio prossimo libro che ho già chiamato Drowning Zeus, ambientato in Grecia».

"​Hotel Living" è un romanzo edito in inglese da HarperCollins
DIVENTA FAN DI LEGGO
Planisfero
Fotogallery